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Notebook 1: Figlio unico

Ho 28 anni, un ottimo impiego, una casa di proprietà, un discreto gruzzolo in banca. Vivo da solo, agnostico da sempre, e all’inizio di questa storia assolutamente contrario al matrimonio, al massimo avrei accettato una convivenza, ma poi ….

Bisogna tornare per forza indietro, a quando avevo circa 14 anni.

Ho avuto una vita normale, nulla di particolare, fino ai miei 14 anni. Quando un giorno, improvvisamente, i miei genitori mi informarono che avrebbero divorziato. Per me fu un fulmine a ciel sereno. In casa non c’erano mai state liti, screzi, nulla che facesse presagire qualcosa. La verità era che entrambi da anni avevano un’altra relazione, ed ora che ero per loro abbastanza cresciuto, era giunto il momento di sistemare le cose. Mi ricordo di essermi rifugiato a casa di mia nonna e che lei mi accolse con un abbraccio, il cui ricordo ancora oggi, a distanza di tanti anni, riesce a darmi sollievo. Tutte le volte che in seguito ho avuto difficoltà o momenti brutti nella mia vita, per darmi forza ho ripensato a quell’abbraccio, al calore, alla forza, alla speranza che riuscì a infondermi. Decisi con mia nonna che avrei vissuto da lei, cosa che in realtà facevo già per la maggior parte del tempo, visti gli impegni di lavoro, e non solo di quello, che occupavano i miei genitori. Se avessero voluto vedermi, avrebbero saputo perfettamente dove trovarmi. Inoltre fui molto chiaro con loro, non avrei voluto assolutamente aver a che fare con i loro nuovi compagni, niente vacanze insieme, cinema, pizze o altro. Volevo solo che vivessero la loro vita con la nuova famiglia, lasciandomene fuori. Se avessero voluto trovarmi, avrebbero saputo come fare.

Così iniziò la mia nuova vita.

La compagna di mio padre in realtà era incinta, questo aveva accelerato il tutto, ma anche mia madre dopo pochi mesi rimase incinta. Fui molto chiaro anche su questo punto, quelli per me non sarebbero stati fratelli, quindi che evitassero inutili avvicinamenti. Io ero, e avevo intenzione di restare figlio unico. Mio padre dopo pochi mesi si trasferì in un’altra città per motivi di lavoro, quindi l’allontanamento fu naturale. Con mia madre, essendo figlia di mia nonna, la cosa fu un po’ più complicata. Quando veniva da noi con la piccolina, io normalmente sparivo, o mi chiudevo in camera. La prima volta che incontrai Anna, così l’avevano chiamata, avrò avuto circa vent’anni e lei sei. Ricordo che mi chiese se poteva dire ai suoi amici che ero suo fratello, ma io gli spiegai di no, perché per essere fratelli bisogna essere figli della stessa madre e dello stesso padre. Ci restò male, ricordo, e allora le dissi che poteva considerarmi un po’ più di un cugino. Le poche volte che ci siamo incontrati, continuava a dire che ero suo fratello, non so se perché la cosa le facesse piacere, o perché facesse dispetto a me. Comunque ogni volta le spiegavo che non eravamo fratelli, che io ero figlio unico.

I nuovi compagni dei miei genitori, li avrò intravisti sì o no tre quattro volte. Mai un Natale, una vacanza o una festa.  Io posso essere considerato un bravissimo ragazzo, mai dato preoccupazioni, ma quando m’incaponisco, divento terribile.  Uso il metodo di Gandhi, la resistenza passiva, una totale indifferenza che diventa intollerabile.  Niente urla o parole grosse, niente ribellione, solo silenzio o al massimo un semplice “no grazie” rimanendo immobile. L’unica volta che mia madre ha provato a farmi conoscere il suo compagno, organizzando un’uscita a cena, senza avvertirmi che ci sarebbe stato anche lui, rimasi seduto a tavola, rifiutandomi di mangiare, rispondendo sempre in modo molto educato, ma irremovibile. Cosa prendi? Niente, grazie non ho fame. Non vuoi la pizza? No grazie, non mi va. Ordiniamo quella ai funghi, che è la tua preferita? No grazie, stasera non mangio. E non ho mangiato. Poi sono cominciate le domande personali, a cui ho risposto sempre in maniera molto composta ma fredda, a monosillabi. Vai bene a scuola? No. Fai qualche sport? No. Ce l’hai la ragazza? No. Vuoi andare a casa? Si.

Dopo quella volta, a nessuno è più venuta voglia di invitarmi.

Le feste le passavo con mia nonna, ma quando veniva mia madre cercavo di farmi invitare da Matteo o da Gianni, i miei migliori amici. Finivo spesso a casa di Matteo perché ero molto simpatico ai suoi genitori, dicevano che avevo una buona influenza su quella testa di cazzo del figlio. Studi eccellenti, laurea in economia, poi grazie a mio padre subito un impiego. Con mio padre ci vedevamo pochissimo, ma ci sentivamo spesso al telefono. I primi tempi anche due, tre volte il giorno, in seguito almeno una volta al giorno.  Telefonate lunghe dove si parlava di tutto, tranne che della sua nuova famiglia.

La morte di mia nonna, la cosa più dolorosa della mia vita. Una malattia breve, sei mesi in cui ho smesso di fare tutto pur di starle accanto. Sospesi gli studi, mi dedicai solo a lei.  Ho amato sinceramente mia nonna, e anche lei mi ha adorato. Mi ha lasciato la casa e un notevole gruzzolo in banca, di cui le sono grato ogni giorno, perché mi ha permesso di essere indipendente. Credo che lei lo abbia fatto proprio per quello. A mia madre ha lasciato solo la legittima, mandandola su tutte le furie e rendendola ostile nei miei confronti. Ma giuro che mia nonna ha fatto tutto di testa sua.

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6 risposte a "Notebook 1: Figlio unico"

  1. Pingback: Notebook 28: Anna e suo padre | Centoquarantadue

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