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Notebook 22: zia Lucia

I nonni di Francesca sono molto anziani, vivono in campagna, in un paesino a circa un’ora di viaggio. Lei aveva piacere di farmeli conoscere, prima che possa succedergli qualcosa. Non si sa mai, vista l’età. Così abbiamo deciso per domenica e Francesca ha detto che avremmo mangiato dalla zia. E’ la sorella di suo padre, la più grande dei quattro figli. Tipa tosta, in casa comanda lei, pare, e a quanto dice Francesca, cucina benissimo. Memore della cena a base di pesce che mi aveva preparato sua madre, avevo proposto di andare in trattoria, ma Francesca ha detto che la zia si sarebbe offesa tantissimo se non avessimo mangiato da lei. In compenso mi ha promesso di avvertirla in maniera chiara dei miei gusti alimentari, in modo da non creare equivoci.

Dopo un viaggio abbastanza tranquillo tra strade panoramiche da togliere il fiato, siamo arrivati finalmente alla piccola frazione, sperduta tra i monti, dove abitano i nonni di Francesca. Vivono tutti insieme, i nonni, la zia, suo marito, quattro figli e una miriade di nipoti. Una bellissima casa coloniale, circondata da campi che si perdono a vista d’occhio, e poi stalle con mucche, maiali, e animali da cortile che razzolano liberi sull’aia. Potrebbe essere un agriturismo da quanto è grande. Un posto da favola, un vero angolo di paradiso per uno come me, cresciuto in città. L’aria è pulita, il silenzio turbato solo dai rumori della natura, si riesce a sentire persino il rumore del vento tra gli alberi. Quando siamo scesi dalla macchina, l’intera famiglia ci è venuta incontro, creando quell’atmosfera di gioiosa semplicità tipica della vita di campagna, dove c’è sempre un bicchiere di vino pronto per l’ospite che ti viene a trovare.

Famiglia patriarcale, all’antica, dove la figura di maggior rilievo è il nonno, e infatti lui è stato il primo a darmi la mano e a presentarsi. In realtà mi ha preso la mano per tirarmi a sé e abbracciarmi, e la cosa mi ha fatto sentire subito a mio agio. Ma chi comanda davvero è la zia di Francesca, si vedeva da come dava ordini a tutti, bonariamente, ma tutti eseguivano senza fiatare. L’unico era il nonno, che borbottava qualcosa di incomprensibile e poi faceva quello che gli pareva.

Visto che ormai era quasi ora di pranzo, ci hanno fatto accomodare subito in casa, in una sala da pranzo enorme, dove la tavola era apparecchiata con semplicità, ma si capiva che la tovaglia era quella della festa. Lo avevano fatto per me, e mi sono sentito particolarmente grato di quelle attenzioni che erano chiaramente una forma di affetto nei miei confronti. Inutile dire che il pranzo è stato ottimo e abbondante. Al di là dell’innegabile abilità della zia come cuoca, si sentiva soprattutto la genuinità del cibo, tutto praticamente di loro produzione. E c’era di tutto, anche per vegetariani come me.  Pane fatto in casa, torta di riso, flan di verdure, verdure sott’olio, formaggi profumatissimi e poi naturalmente anche salumi, per chi li voleva. Questo solo come antipasto. Poi fettuccine con i funghi porcini, secondi di carne e di verdure, e per finire una splendida torta al limone.

Prima di iniziare a mangiare, la zia di Francesca aveva detto la preghiera di ringraziamento per il cibo, cosa che per loro doveva essere un’abitudine quotidiana, vista la naturalezza con cui tutti avevano atteso in silenzio che venisse pronunciata. Io stavo per fare una gaffe terribile, irresistibilmente attratto dal profumo del pane fatto in casa, ma per fortuna mi sono fermato in tempo, e ho aspettato la fine della preghiera per avventarmi sulla pagnotta bianca che avevo adocchiato, prima ancora di sedermi a tavola. Alla fine del pranzo, ho ringraziato la zia per le cose che aveva cucinato.

“Credo che a tavola si dovrebbero dire due preghiere, quando il cibo è così buono: la prima per ringraziare di avere comunque qualcosa da mangiare, la seconda per l’ottima qualità del cibo mangiato”. Temevo di essere stato irriverente, invece hanno riso tutti, e credo che anche la zia di Francesca abbia approvato, perché mi ha sorriso.

Figlio unico fino a 28 anni, trovarmi a pranzo con un’intera famiglia così numerosa, era qualcosa di assolutamente piacevole, sorprendente. Persino i bambini piccoli quel giorno non mi hanno dato fastidio, come succede di solito.

La nonna è una donnina che si è asciugata, è solo ossa, fa fatica ormai a muoversi, anche se vorrebbe ancora fare la sua parte. Nonostante l’età è assolutamente lucida, con la testa c’è tutta. Ha un viso dolcissimo, come Francesca. Si vede che si vogliono molto bene, da come si parlano e da come interagiscono tra loro con dolcezza. La nonna ogni tanto accarezza la testa di Francesca con una tenerezza tutta speciale, quella di chi vorrebbe ancora raccontarle le favole, ma sa che non ha più l’età per ascoltarle. Francesca invece le prende le mani tra le sue e accarezza dolcemente le nocche nodose, con la gratitudine di chi da quelle mani ha ricevuto tanto amore.

Il nonno a modo suo è simpatico, ma è anche una gran testa di cavolo, capisco da chi ha preso il padre di Francesca. Ha idee improponibili in fatto di politica, ma mi sono ben guardato dal contraddirlo. Anche perché Francesca mi teneva la mano sotto il tavolo, e ad ogni cavolata del nonno me la stringeva, come a suggerirmi di non fiatare. A differenza della moglie, il nonno cammina spedito e dritto come un fuso; nonostante l’età, fisicamente sembra a posto. Con la testa un po’ meno, così dice la zia. E io sono d’accordo.

Quando è stato il momento di andarcene, la nonna ha voluto parlarmi da solo.

“Francesca è una ragazza speciale e si vede che vi volete bene. Amala e rispettala sempre, perché è un dono che Dio ti ha mandato. Mi raccomando curalo e proteggilo con tutte le tue forze”.

Anche il nonno mi ha voluto parlare da solo, ma il tono del discorso è stato leggermente diverso.

“Mi piaci molto, ragazzo, si vede che sei sveglio, a differenza di quel beccamorto di Paolo. Ma stai attento a non far soffrire la mia nipotina, perché sono vecchio, è vero, ma ce la faccio ancora a correrti dietro col bastone”. Il bastone mi ha un po’ preoccupato, ma la definizione di Paolo come beccamorto ha fatto guadagnare al nonno parecchi punti nella mia stima.

Poi è stato il momento di salutare la zia. L’ho abbracciata e ringraziata ancora per il magnifico pranzo, e nel farlo ovviamente le ho dato del lei, per rispetto, ma lei mi ha sorriso e mi ha detto “Zia Lucia. Per te sono zia Lucia”.

Quando siamo stati da soli in macchina, Francesca mi ha spiegato che era rarissimo che sua zia si facesse chiamare per nome da persone estranee alla famiglia. Paolo aveva continuato a darle del lei anche dopo anni che loro due si frequentavano. Ora zia Lucia mi era ancora più simpatica.

≈ ≈ ≈ ≈ ≈

Chi avesse perso le puntate precedenti, può trovarle nel menù in alto, raccolte nella cartella “Notebook”.

Notebook 8: la cena

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24 risposte a "Notebook 22: zia Lucia"

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