Racconti

Il Grande Giorno (quinta parte)

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Giorno 4 

Elisa è tornata a farmi visita. Pensavo che non l’avrei più vista, invece mi ha fatto una sorpresa. È entrata chiedendo se era sempre lì la testa di cazzo che voleva morire. Mi domando come si faccia a essere così splendida anche stando su una sedia a rotelle. 

Dopo i convenevoli, ci siamo messi a parlare amichevolmente di come avremmo potuto fare sesso insieme, sempre che la cosa le interessasse. Visto che ha riso, ho continuato dicendo che ero arrivato alla soluzione che la posizione migliore era quella dove io stavo sotto e lei sopra, perché con le braccia avrei potuto aiutarla a muoversi, e lei a sua volta con le braccia si sarebbe potuta reggere da qualche parte. Certo arrampicarsi su di me e mettersi a cavalcioni era un’altra storia. Ma il problema più grande, le ho detto, era stare ben attenti a non far figli, perché crescere dei figli per due paralitici non è impresa semplice. Forse non impossibile, ma molto complicata.

Intanto ci sarebbe voluta una casa fatta apposta, ridistribuita in maniera funzionale, con mobili ad altezza sedia a rotelle. Per i primi tempi le ho spiegato che non sarebbe stato tanto difficile. Le ho chiesto se fossero state inventate delle carrozzine per bimbi ad altezza delle carrozzelle per disabili, in modo da poter essere spinte, tipo trenino. Ma i guai sarebbero iniziati quando il bambino avesse iniziato a camminare. Corrergli dietro con la carrozzina non era il massimo. Titolo sul giornale: Madre investe il figlio con la propria carrozzina per disabili, bimbo finisce in ospedale. Avremmo dovuto necessariamente prendere qualcuno che lo controllasse, almeno fino a quando non fosse stato lui a spingerci fino ai giardinetti. 

Elisa rideva e si divertiva a fare questo gioco: a un certo punto si è messa a dare consigli su come arredare la casa. Per lei, in fondo, era un problema reale, che prima o poi avrebbe dovuto affrontare. Per un po’ mi sono divertito anch’io a fantasticare, poi mi sono ricordato la mia sfiga e tutti i motivi per cui volevo morire.

Quindi siamo passati alla disamina di altre categorie di disabili. Quelli che, secondo me, avrebbero avuto la vita più difficile, sarebbero stati due ciechi, se avessero deciso di fare un figlio insieme e allevarlo senza l’aiuto di nessuno. Ho immaginato le varie disavventure che sarebbero potute capitare al bambino, dal cambio del pannolino, con la cacca sparsa da tutte le parti, alla pappa sul pavimento della cucina. Per non parlare di quando avesse cominciato a camminare… Avrebbero dovuto tenerlo al guinzaglio, con lui che corre e un genitore dietro che finisce in un fosso. 

Non voglio prendere in giro nessuno. So che sono tragedie e ognuno vede la sua. In realtà se non vivi certi problemi sulla tua pelle, non riesci a capire le difficoltà degli altri. Io sono uno pratico: un problema, una soluzione. 

Elisa ormai era entrata nel mio gioco. Alla fine abbiamo concluso che i sordomuti sono quelli che hanno la vita più facile. Certo, quando il bimbo piange o chiede aiuto, non lo senti, e magari il piccolo può crescere con qualche complesso. Sai cose tipo “in casa nessuno mi ascolta veramente”. In realtà conosco una coppia di sordomuti che hanno un figlio già grande, e mi sembrano una famiglia felice. 

Elisa è convinta che volere è potere. Che non esistono limiti, se non quelli che ci creiamo noi. Se non fosse che sono sicuro che non è vero, quando me lo dice lei, sarei tentato di crederle. 

Mentre parlavamo, a un tratto è spuntata sulla porta mia sorella. I rapporti sono pessimi, da quando sono andato via non ci siamo neanche più sentiti. L’ho ringraziata per essere venuta a farsi un giro in ospedale, ora che aveva fatto il suo dovere poteva tranquillamente andarsene. Lei mi ha detto che sono una testa di cazzo. Abbiamo continuato a insultarci, finché non mi ha detto che se morivo, in fondo, era uno stronzo di meno sulla terra. Le ho risposto che lei era una traditrice, che in cambio di vestiti firmati si era venduta a quello stronzo del marito di nostra madre, che le mancava la dignità, che la disprezzavo, e altre cose carine come queste. 

Mi spiego. Lei è diventata subito amica dello stronzo. A mia sorella non piacevano le privazioni economiche dovute alla scomparsa di nostro padre. Con il nuovo arrivo, il nostro tenore di vita era tornato quello di prima. Mia sorella trattava quell’uomo come fosse stato nostro padre, ma solo per interesse. Già prima che andassi via avevamo avuto delle forti discussioni. Quando c’era mio padre in realtà andavamo anche d’accordo, ci volevamo bene. Ma dopo è diventata un’opportunista. Gliel’ho detto, le ho urlato che l’avrei vista bene con Bruto nel girone dell’Inferno. Non so perché si è messa a piangere, ed è andata via. Elisa le è corsa dietro, per quanto si possa correre su una sedia a rotelle. 

Sono rimasto solo e incazzato, quando dalla porta è spuntato un giovane prete. Gli ho detto che se era per l’estrema unzione o l’olio santo, io non ero credente, perciò lo ringraziavo per la visita, ma non ero interessato alle sue prestazioni professionali. Il prete mi ha detto che era un amico di Elisa, e che era venuto su suo invito. 

In quel momento è arrivato anche il dottore e si sono salutati. Il prete gli ha chiesto dove fosse sua figlia, e il medico ha detto che l’aveva vista in corridoio a cercare di consolare una ragazza che stava piangendo. “Eccola che arriva” ha detto il dottore, ed è andato via. Quando è entrata Elisa ho capito all’improvviso di essere stato preso in giro, che erano tutti d’accordo contro di me e la discussione ha preso subito una brutta piega. L’ho accusata di avermi mentito, e le ho chiesto se fosse veramente paralitica, o facesse finta. Lei mi ha risposto in malo modo, dicendo che ero solo un cretino. Ho chiesto a lei e al prete, che nel frattempo se ne stava lì come un ebete, senza sapere cosa dire, se potevano andare a fare del bene in qualche altro posto, che io potevo fare tranquillamente a meno del loro aiuto. Così se ne sono andati via. 

Non so esattamente il motivo, forse l’arrabbiatura, forse la debolezza perché non mangio, forse il fatto che rifiuto le medicine. Sta di fatto che mi sono sentito male, ho rimesso sangue e devo aver perso i sensi. 

Quando mi sono ripreso avevo al mio fianco diversi medici e alcune infermiere. Ho ribadito che non volevo essere curato e che se ne andassero a salvare qualcun altro. Ho visto che c’era anche il papà di Luca, e ho capito che, come mio avvocato, non aveva intenzione di portare avanti le mie richieste. Luca è d’accordo con lui, e non farà più nulla per assecondarmi. Il dottore ha detto che devo assolutamente riprendere le cure o rischio veramente di morire. Ho chiesto di cambiare avvocato e medico, ma nessuno mi ascolta. Quindi mi è venuta un’altra idea. In fondo mi sarebbe bastato resistere ancora un po’ senza mangiare e sarei morto lì, in ospedale, senza bisogno di accoltellarmi. Ho provato un certo sollievo. 

Non capisco tutta questa paura della morte. La morte non mi ha mai spaventato, mi fa molto più paura dover vivere come un vegetale. Cos’è la morte se non chiudere gli occhi e addormentarsi per sempre? Niente più preoccupazioni, niente più fastidi, niente più dolori. Ora sono di nuovo molto forti, per fortuna è arrivata un’infermiera che mi ha fatto una puntura. Mi sono addormentato quasi subito. Questa volta non ho sognato nulla.

Continua…

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17 risposte a "Il Grande Giorno (quinta parte)"

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