Notebook

Notebook: 2 novembre

Questo taccuino è stato creato quando abbiamo aperto il blog, ad uso e consumo di entrambi. Il mio compagno di scrittura ha riempito le pagine con i personaggi che avete amato e seguito per tante settimane e con le loro storie di fantasia, io invece ci ho appuntato ogni tanto riflessioni personali, ricordi ed episodi di vita vissuta. Oggi l’ho tirato fuori dal cassetto del blog per parlare di due persone che in qualche modo sono passate nella mia vita e che non ci sono più. Due storie vere, come tutte quelle che ho scritto in questo spazio.

Nella ricorrenza del 2 novembre, tutti noi ripensiamo ai nostri cari defunti, amici e parenti che ci hanno lasciato, e spesso il ricordo porta con sé la nostalgia o il dolore per l’assenza, per quel vuoto di affetti che non si riesce a colmare. Ma questo giorno dovrebbe essere anche un momento, almeno uno in tutto l’anno, in cui fermarsi a pensare alla follia della vita che viviamo, alla sua fragilità e alla precarietà di tutte quelle cose che diamo per scontate, ma che potrebbero sparire dall’oggi al domani, a volte in un istante.

Le persone di cui voglio parlare si chiamano Maddalena e Christian, una mamma e un ragazzino, che ho conosciuto tanti anni fa e che si sono fermati là, immutati e immortali nel mio ricordo, mentre io sono andata avanti con la mia vita.

Avevo 26 anni, Maddalena ne aveva 28, due giovani mamme diventate amiche portando i figli all’asilo, condividendo i piccoli grandi problemi dei bambini, aiutandoci, come potevamo, a districarci tra famiglia e lavoro. Lei si era trasferita da poco nella mia città, era in affitto, e stava cercando casa da comprare. Veniva dal profondo sud, dove non c’erano speranze, ed era felice perché qui la vita le sembrava più bella. Con due figli piccoli non era facile far quadrare i conti e affrontare un mutuo, ma lei e Enrico erano pieni di entusiasmo e speranze, con un futuro davanti, tutto da costruire. Una mattina mi ha chiesto di portarle le bambine a scuola, perché lei e il marito avevano appuntamento per vedere una casa, che sembrava quella giusta, grande abbastanza e a un prezzo abbordabile. Dopo la visita alla casa, lei e Enrico si sono salutati e via di corsa, ognuno al proprio lavoro, in bicicletta, come sempre, per risparmiare. Il passaggio a livello era chiuso, le luci accese e lo scampanio avvertiva di fermarsi, ma Maddalena era in ritardo, non poteva arrivare tardi al lavoro, ché il suo capo era sempre severo con lei. Così ha aspettato che passasse il treno, e poi ha attraversato, in sella alla sua bici, prima che le sbarre si alzassero. Chissà cosa stava pensando in quel momento, chissà se stava sognando la sua nuova casa, o magari pensava al suo capo che ancora una volta le avrebbe detto che “i terroni sono sempre in ritardo perché non hanno voglia di lavorare”. Non lo sappiamo cosa stesse pensando in quel momento, e non lo sapremo mai, perché un altro treno sopraggiungeva in senso opposto al primo e l’ha portata via, trascinata sui binari con la sua bicicletta, i suoi sogni e le sue speranze. Tutto finito, in un attimo. Tutto, tranne le vite di Enrico e delle sue bambine, che hanno continuato la loro strada da soli, senza Maddalena.

Christian era amico di mia figlia, un compagno di scuola per l’esattezza. Un ragazzino sveglio, abituato fin da piccolo ad arrangiarsi, ad andare a scuola e tornare a casa da solo, sempre in bicicletta, perché i genitori dovevano lavorare e non potevano proprio accompagnarlo. Un ragazzo intelligente e studioso, che amava la scuola ed era diligente e disciplinato. Così quella mattina, che era partito da casa un po’ più tardi degli altri giorni, si era messo a pedalare più in fretta con la bici, per evitare di arrivare in ritardo a scuola, e magari rischiare di prendere una nota. Il semaforo era rosso, non sarebbe dovuto passare, ma a scuola di sicuro il professore stava già chiudendo la porta, e poi lui era così veloce con la sua bici che sarebbe riuscito sicuramente a passare. Invece no, la macchina è stata più veloce di lui, l’ha preso in pieno, e quando è arrivata l’ambulanza per portarlo via, c’erano ancora tutti i libri sparpagliati sulla strada, nessuno li aveva raccolti, perché sapevano che a Christian non sarebbero più serviti. Anche lui ha lasciato dietro di sé qualcuno che è andato avanti senza di lui, due genitori distrutti dal dolore, e dal rimorso di aver sempre insistito sull’importanza della puntualità.

Oggi il mio pensiero va a loro, una mamma e un ragazzino che non sono mai cresciuti né invecchiati, due vite non vissute, rubate dalla fretta, dalla paura di arrivare in ritardo, da quella corsa frenetica che chiamiamo vita e che affrontiamo tutti i giorni, spesso senza sapere neppure dove andiamo. E allora almeno oggi, per un giorno, fermiamoci a pensare, perché di fretta si può anche morire.

A Maddalena e Christian

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16 risposte a "Notebook: 2 novembre"

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