Racconti a puntate

Il Grande Giorno

Giorno 1

Sono ricoverato in ospedale e sto aspettando il mio secondo Grande Giorno. Ma perché possiate capirmi, devo raccontarvi del mio primo Grande Giorno.

Mio padre è morto in un incidente con l’automobile quando avevo tredici anni. Siamo rimasti io, mia madre e mia sorella, più piccola di me di tre anni. Dopo solo due anni mia madre si è risposata; diceva che in casa avevamo bisogno di una figura maschile, diceva che con me era impossibile imporre delle regole. Così mi sono ritrovato in casa un sergente di ferro. Un uomo duro, severo, buono solo a comandare. Tra noi si è aperto da subito un conflitto che ha influito inevitabilmente sul rapporto con mia madre. Non riuscivo ad accettare che avesse dimenticato mio padre così in fretta.

Una notte, andando in bagno, passai vicino alla stanza in cui dormivano, quella che era stata di mio padre, e li sentii che facevano l’amore. Senza volere, mi fermai ad ascoltare. Sentii il respiro di mia madre, sempre più rapido, che diventava un ansimare ritmato, e senza guardare, la immaginai contorcersi nell’abbraccio di quell’uomo, che non era mio padre. Mentre il cuore mi si era fermato in gola, sentii i loro respiri che si fondevano, diventando sospiri, ed avvertii il desiderio e il piacere intenso di mia madre, come non aveva mai provato prima, abbandonata completamente a sensazioni per lei nuove, che forse mio padre non le aveva mai dato. So che non toccava a me arrabbiarmi, al più si sarebbe dovuto arrabbiare mio padre, ma lui non c’era più. Invece io mi sentivo un fuoco dentro che non riuscivo a spegnere.

Dal giorno dopo è stata guerra, e quando dico guerra intendo proprio guerra. Liti, punizioni, ripicche si susseguirono, rendendo la vita quotidiana un inferno. E intanto aspettavo il Grande Giorno. Mi ero preparato minuziosamente, non volevo che niente andasse storto. Ero stato promosso al quinto anno dello scientifico. Grazie al papà di Luca, mi ero trovato, già da qualche mese, un lavoro in un garden dove coltivavano e vendevano piante di tutti i tipi. Avevano bisogno di personale per il venerdì, il sabato e la domenica. L’ideale per le mie esigenze scolastiche. Dopo la promozione mi avevano assunto a tempo pieno. Sempre grazie al papà di Luca.

Ho dimenticato di dire che Luca è il mio migliore amico.

Avevo trovato anche un appartamentino: cucinotto, un bagno piccolo, e una stanza per tutto il resto. Sala, camera da letto, studio. Tutto per duecento euro. I proprietari erano due anziani simpaticissimi. La regola era: tutte le donne che volevo, tanto loro non erano bacchettoni, ma niente feste. Nessun rumore molesto dopo le dieci di sera. Accettai. Ancora adesso mi chiedo quali feste si potessero organizzare in uno spazio così ristretto, tavolo, divano letto, armadio, sedie. In quattro era praticamente impossibile muoversi.

La notte prima del Grande Giorno la passai a fare le valigie, riempiendo due borsoni che mi avevano prestato degli amici, perché alle otto e trenta doveva arrivare un furgone per caricare la mia roba. Quel giorno era il mio compleanno, per la precisione il mio diciottesimo compleanno. Maggiorenne finalmente, libero di fare quello che volevo.

Mi preparai bene tutte le cose da dire, respirai profondamente e uscii dalla mia camera con i due borsoni in mano. Il resto della famiglia stava facendo colazione. Mia madre mi guardò e mi chiese dove andassi con quelle valigie, con quel tono di voce da “che cazzo mi combina questo già di mattina presto?”.

Le risposi che, avendo raggiunto la maggiore età, ero libero di fare quello che volevo del mio destino e, cercando di rimanere il più calmo possibile, aggiunsi che me ne andavo via da quella casa, che mi ero rotto di vedere ogni mattina quella faccia di merda di suo marito.

Iniziò una delle solite liti, finché mia madre, con il tono teatrale che tanto amava, disse: «Guarda che se esci da questa casa, poi non ci rientri più».

A quel punto tirai fuori una busta da una tasca del borsone e replicai: «A proposito della casa, il mio avvocato ha detto, dopo aver visto i documenti, che questa casa era in comunione dei beni con papà. Quindi dopo la sua morte, tu sei proprietaria della tua metà, ma l’altra metà va divisa in tre, una parte a te, una parte a me e una a mia sorella. Io, con il compimento della maggiore età, ho diritto alla mia quota».

Tutti mi ascoltavano in silenzio, allibiti, e prima che potessero provare a dire qualcosa, continuai: «Ci sono due possibili soluzioni. La prima è che voi mi liquidiate la mia parte, dopo valutazione della casa, e la seconda è di vendere la casa e ognuno intascare la propria parte. A voi la scelta, consultatevi pure con un avvocato, non vi metto fretta. Però entro tre mesi vorrei aver concluso tutto».

In quell’attimo suonò il citofono: neanche se lo avessi voluto avrebbe suonato con un simile tempismo.

Diedi la lettera a mia madre. Dissi ancora: «Non butterei via i soldi in inutili cause», e me ne andai senza attendere alcuna risposta, con un senso di liberazione e di vittoria che mi riempì i polmoni di ossigeno.

Continua…

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